84 - Il modello delle api per gli operai di Dio • da L’Evangelo, 565.13-14
Il modello delle api per gli operai di Dio
[…] Dei grappoli di api — paiono grosse pigne di una strana uva — pendono da alcuni rami, e degli uomini li raccolgono per portarli ai nuovi alveari. Più là, da alveari già sistemati, escono ed entrano le api instancabili e ronzanti.
Gli uomini salutano e una donna accorre con dei bellissimi favi che offre a Gesù.
«Perché te ne privi? Già ne hai dato a Giovanni…».
«Oh! le mie api hanno dato copioso frutto. Non mi scomoda offrirlo. Però Tu benedici i nuovi sciami. Guarda, stanno raccogliendo l’ultimo. Quest’anno abbiamo avuto un raddoppiar di alveari».
Gesù va verso le minuscole città delle api e una per una le benedice, alzando la mano fra il ronzio delle operaie che non sostano nel loro lavoro.
«Sono tutte in festa e anche tutte in agitazione. Dimora nuova…», dice un uomo.
«E nuove nozze. Sembrano proprio donne che preparino la festa nuziale», dice un altro.
«Sì, ma le donne fanno più chiacchiere che lavoro. Queste, invece, lavorano tacendo e lavorano anche in giorni di festino di nozze. Lavorano sempre per farsi il loro regno e le loro ricchezze», risponde un terzo.
«Lavorare sempre nella virtù è lecito, anzi è doveroso. Lavorare sempre per lucro, no. Lo possono fare solo quelli che non sanno di avere un Dio che va onorato nel suo giorno. Lavorare in silenzio è un merito che si dovrebbe tutti imparare dalle api. Perché nel silenzio si fanno santamente le cose sante. Voi siate come le vostre api nella giustizia. Instancabili e silenziosi. Dio vede. Dio premia. La pace a voi», dice Gesù.
E rimasto solo coi suoi due apostoli dice: «E specie agli operai di Dio Io propongo a modello le api. Esse depongono nel segreto dell’alveare il miele formato nel loro interno con l’indefesso lavoro su corolle sane. La loro fatica non pare neppur tale, tanto la fanno con buona volontà, volando, punti d’oro, da fiore a fiore, e poi, cariche di succhi, entrando ad elaborare il loro miele nell’intimo delle celluzze. Bisognerebbe saperle imitare. Scegliere insegnamenti, dottrine, amicizie sane, capaci di dare succhi di vera virtù, e poi sapersi isolare per elaborare, da ciò che si è alacremente raccolto, la virtù, la giustizia, che è come il miele tratto da molti elementi sani, non ultima la buona volontà, senza la quale i succhi presi qua e là non servono a nulla. Saper umilmente meditare, nell’interno del cuore, su ciò che abbiamo visto di buono e udito di buono, senza invidie se presso alle api operaie sono le regine, ossia se c’è chi è più giusto di quanto chi medita non sia. Necessarie tutte le api nell’alveare, sia le operaie che le regine. Guai se tutte fossero regine; guai se tutte fossero operaie. Morirebbero tanto queste che quelle. Perché le regine non avrebbero cibo per procreare se mancassero le operaie, e le operaie cesserebbero d’essere se le regine non procreassero. E non invidiare le regine. Hanno anche esse la loro fatica e la loro penitenza. Non vedono il sole che una volta, nell’unico volo nuziale. Prima e dopo, è solo e sempre la clausura fra le pareti ambrate dell’alveare. Ognuno ha il suo compito, e ogni compito è un’elezione, e ogni elezione è un onere oltre che un onore. E le operaie non perdono tempo in voli vani o in voli pericolosi su fiori malati e velenosi. Non tentano l’avventura. Non disubbidiscono alla loro missione, non si ribellano al fine per cui sono state create. Oh! mirabili piccoli esseri! Quanto insegnate agli uomini!…».