83 - La goccia che scava il masso • da L’Evangelo, 558.3-4
La goccia che scava il masso
«[…] Osservate quella pietra là, sotto quella sorgiva, sul fianco del monte. La sorgiva è esile molto, direi che non scorre, ma stilla: una goccia che cade, forse da secoli, su quella roccia che sporge dal fianco del monte. E la pietra è ben dura. Non è calcare friabile né morbido alabastro, è basalto durissimo. Eppure, guardate come al centro del masso convesso, e nonostante sia tale, si sia formato un minuscolo specchio d’acqua, non più largo del calice di un nenufaro, ma sufficiente a rispecchiare il cielo azzurro e a dissetare gli uccelli. Quella concavità sul masso convesso l’ha forse fatta l’uomo per mettere una gemma azzurra nel masso oscuro e una coppa refrigerante agli uccelli? No. L’uomo non se ne è occupato. Forse, nei molti secoli che gli uomini passano davanti a questo masso, che una stilla da secoli scava con inesorabile e sincopato lavorio, siamo noi i primi che l’osserviamo, questo basalto nero colla sua turchese liquida al centro, e ne ammiriamo la bellezza, e lodiamo l’Eterno di averla voluta a delizia dei nostri occhi e a refrigerio degli uccelli che nidificano qui presso.
Ma ditemi. È forse la prima stilla, che sgorgò da sotto il cornicione basaltico sovrapposto al masso e che cadde da quell’altezza su questa roccia, che ha scavato la coppa che specchia il cielo, il sole, le nuvole e le stelle? No. Milioni e milioni di gocce, una dopo l’altra, una dopo l’altra, si sono succedute, sgorgando come una lacrima là in alto, scendendo con uno scintillio a percuotere il masso, e con una nota d’arpa, nel morire su esso, hanno scalfito, per una profondità immisurabile tanto era nulla, la materia dura. E così per secoli, col movimento di una sabbia in una clessidra, segnando il tempo: tante gocce all’ora, tante nel corso di una vigilia, tante fra l’alba e il tramonto, e la notte e l’aurora, tante al dì, tante da sabato a sabato, tante da neonemia a neonemia, e da nisam a nisam, e da secolo a secolo. Resistente il masso, persistente la goccia.
L’uomo, che è superbo e perciò impaziente e ozioso, avrebbe gettato il mazzuolo e la sgorbia dopo i primi colpi, dicendo: “È cosa che non si incava”. La goccia ha scavato. Era ciò che doveva fare. Ciò per cui fu creata. E ha gemuto, una goccia dopo l’altra, per secoli, sino a scavare il masso. E non si è fermata, poi, dicendo: “Ora ci penserà il cielo a nutrire la coppa, che io ho scavata, con le rugiade e le piogge, le brine e le nevi”. Ma ha continuato a cadere, ed essa sola empie la coppa minuscola nei calori estivi, nei rigori invernali, mentre le piogge violente o blande corrugano lo specchio ma non possono né abbellirlo né allargarlo, né approfondirlo perché esso è già colmo, utile, bello. La sorgiva sa che le figlie sue, le gocce, vanno a morire là nel piccolo bacino, ma non le trattiene. Le sospinge, anzi, verso il loro sacrificio, e perché non restino sole e cadano in tristezza manda loro nuove sorelle, onde chi muore non sia sola e veda sé perpetuata in altre.
Io pure, percuotendo per primo e cento e mille volte le fortezze dure dei duri cuori e perpetuandomi nei miei successori, che manderò sino alla fine dei secoli, aprirò in esse dei varchi, e la mia Legge entrerà come un sole dovunque sono creature. Ché, se poi esse non vorranno la Luce e chiuderanno i varchi che l’inesausto lavoro avrà aperto, Io e i miei successori non ne avremo colpa agli occhi del Padre nostro. Se quella sorgiva si fosse aperta altra via, vedendo la durezza del masso, e avesse gocciato più là, dove è terreno erboso, ditemi voi, avremmo avuto quella gemma lucente, e gli uccelli quel limpido risto-ro?».
«Non si sarebbe neppur vista, Maestro», «Al massimo… un poco d’erba più folta anche in estate avrebbe segnato il posto dove la sorgiva stillava», «O anche… meno erba che altrove, essendosi marcite, in un continuo umidore, le radici di esse», «E fanghiglia. Nulla più. Un inutile gocciare, perciò».
Spiegazione • da L’Evangelo, 558.4
[…] «Lo avete detto. Un inutile, o almeno un ozioso gocciare. Io pure, se avessi a preferire unicamente i luoghi dove i cuori sono disposti ad accogliermi per giustizia o per simpatia, farei un imperfetto lavoro. Perché lavorerei, questo sì, ma senza fatica, anzi con molto soddisfacimento dell’io, con un compiacente compromesso fra il dovere e il piacere. Non pesa già lavorare dove l’amore circonda e dove l’amore rende duttili le anime da lavorare. Ma, se non vi è fatica, non vi è merito e non vi è molto guadagno, perché poche conquiste si fanno se ci si limita a quelli che già sono nella giustizia. Non sarei Io se non cercassi di redimere prima alla Verità, poi alla Grazia, tutti gli uomini».