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83 - VALTORTAVOX

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Voce narrante • DANIELA CIAVONI


83 - La goccia che scava il masso • da L’Evangelo, 558.3-4

La goccia che scava il masso
«[…] Osservate quella pietra là,  sotto quella sorgiva, sul fianco del monte. La sorgiva è esile molto,  direi che non scorre, ma stilla: una goccia che cade, forse da secoli,  su quella roccia che sporge dal fianco del monte. E la pietra è ben  dura. Non è calcare friabile né morbido alabastro, è basalto durissimo.  Eppure, guardate come al centro del masso convesso, e nonostante sia  tale, si sia formato un minuscolo specchio d’acqua, non più largo del  calice di un nenufaro, ma sufficiente a rispecchiare il cielo azzurro e a  dissetare gli uccelli. Quella concavità sul masso convesso l’ha forse  fatta l’uomo per mettere una gemma azzurra nel masso oscuro e una coppa  refrigerante agli uccelli? No. L’uomo non se ne è occupato. Forse, nei  molti secoli che gli uomini passano davanti a questo masso, che una  stilla da secoli scava con inesorabile e sincopato lavorio, siamo noi i  primi che l’osserviamo, questo basalto nero colla sua turchese liquida  al centro, e ne ammiriamo la bellezza, e lodiamo l’Eterno di averla  voluta a delizia dei nostri occhi e a refrigerio degli uccelli che  nidificano qui presso.
Ma ditemi. È forse la prima stilla, che sgorgò  da sotto il cornicione basaltico sovrapposto al masso e che cadde da  quell’altezza su questa roccia, che ha scavato la coppa che specchia il  cielo, il sole, le nuvole e le stelle? No. Milioni e milioni di gocce,  una dopo l’altra, una dopo l’altra, si sono succedute, sgorgando come  una lacrima là in alto, scendendo con uno scintillio a percuotere il  masso, e con una nota d’arpa, nel morire su esso, hanno scalfito, per  una profondità immisurabile tanto era nulla, la materia dura. E così per  secoli, col movimento di una sabbia in una clessidra, segnando il  tempo: tante gocce all’ora, tante nel corso di una vigilia, tante fra  l’alba e il tramonto, e la notte e l’aurora, tante al dì, tante da  sabato a sabato, tante da neonemia a neonemia, e da nisam a nisam, e da  secolo a secolo. Resistente il masso, persistente la goccia.
L’uomo,  che è superbo e perciò impaziente e ozioso, avrebbe gettato il mazzuolo e  la sgorbia dopo i primi colpi, dicendo: “È cosa che non si incava”. La  goccia ha scavato. Era ciò che doveva fare. Ciò per cui fu creata. E ha  gemuto, una goccia dopo l’altra, per secoli, sino a scavare il masso. E  non si è fermata, poi, dicendo: “Ora ci penserà il cielo a nutrire la  coppa, che io ho scavata, con le rugiade e le piogge, le brine e le  nevi”. Ma ha continuato a cadere, ed essa sola empie la coppa minuscola  nei calori estivi, nei rigori invernali, mentre le piogge violente o  blande corrugano lo specchio ma non possono né abbellirlo né allargarlo,  né approfondirlo perché esso è già colmo, utile, bello. La sorgiva sa  che le figlie sue, le gocce, vanno a morire là nel piccolo bacino, ma  non le trattiene. Le sospinge, anzi, verso il loro sacrificio, e perché  non restino sole e cadano in tristezza manda loro nuove sorelle, onde  chi muore non sia sola e veda sé perpetuata in altre.
Io pure,  percuotendo per primo e cento e mille volte le fortezze dure dei duri  cuori e perpetuandomi nei miei successori, che manderò sino alla fine  dei secoli, aprirò in esse dei varchi, e la mia Legge entrerà come un  sole dovunque sono creature. Ché, se poi esse non vorranno la Luce e  chiuderanno i varchi che l’inesausto lavoro avrà aperto, Io e i miei  successori non ne avremo colpa agli occhi del Padre nostro. Se quella  sorgiva si fosse aperta altra via, vedendo la durezza del masso, e  avesse gocciato più là, dove è terreno erboso, ditemi voi, avremmo avuto  quella gemma lucente, e gli uccelli quel limpido risto-ro?».
«Non si  sarebbe neppur vista, Maestro», «Al massimo… un poco d’erba più folta  anche in estate avrebbe segnato il posto dove la sorgiva stillava», «O  anche… meno erba che altrove, essendosi marcite, in un continuo umidore,  le radici di esse», «E fanghiglia. Nulla più. Un inutile gocciare,  perciò».

Spiegazioneda L’Evangelo, 558.4

[…]  «Lo avete detto. Un inutile, o almeno un ozioso gocciare. Io pure, se  avessi a preferire unicamente i luoghi dove i cuori sono disposti ad  accogliermi per giustizia o per simpatia, farei un imperfetto lavoro.  Perché lavorerei, questo sì, ma senza fatica, anzi con molto  soddisfacimento dell’io, con un compiacente compromesso fra il dovere e  il piacere. Non pesa già lavorare dove l’amore circonda e dove l’amore  rende duttili le anime da lavorare. Ma, se non vi è fatica, non vi è  merito e non vi è molto guadagno, perché poche conquiste si fanno se ci  si limita a quelli che già sono nella giustizia. Non sarei Io se non  cercassi di redimere prima alla Verità, poi alla Grazia, tutti gli  uomini».

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