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81 - VALTORTAVOX

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Voce narrante • DANIELA CIAVONI


81 - La parabola del fariseo e del pubblicano • da L’Evangelo, 523.7-8

La parabola del fariseo e del pubblicano
«[…] Un giorno due  uomini, andati a Gerusalemme per affari, salirono al Tempio, come si  conviene ad ogni buon israelita ogni qualvolta pone piede nella Città  Santa. Uno era un fariseo. L’altro un pubblicano. Il primo era venuto  per riscuotere il fitto di alcuni empori e per fare i conti con i suoi  fattori, che abitavano nelle vicinanze della città. L’altro per versare  le imposte riscosse e per invocare pietà in nome di una vedova che non  poteva pagare la tassazione della barca e delle reti, perché la pesca,  fatta dal figlio maggiore, le era appena sufficiente per dare da  mangiare ai molti altri figli.
Il fariseo, prima di salire al Tempio,  era passato dai tenutari degli empori e, gettato uno sguardo in essi  empori, vistili pieni di merci e di compratori, si era compiaciuto in se  stesso e poi aveva chiamato il tenutario del luogo e gli aveva detto:  “Vedo che i tuoi commerci vanno bene”.
“Sì, per grazia di Dio. Sono  contento del mio lavoro. Ho potuto aumentare le merci e spero di farlo  ancora di più. Ho migliorato il luogo, e l’anno veniente non avrò le  spese dei banchi e scaffali, e perciò avrò più guadagno”.
“Bene! Bene! Ne sono felice! Quanto paghi tu per questo luogo?”.
“Cento didramme al mese. È caro, ma la posizione è buona…”.
“Lo hai detto. La posizione è buona. Perciò io ti raddoppio il fitto”.
“Ma signore”, esclamò il negoziante. “In tal maniera tu mi levi ogni utile!”.
“È  giusto. Devo forse io arricchire te? E sul mio? Presto. O tu mi dai  duemilaquattrocento didramme, e subito, o ti caccio fuori e mi tengo la  merce. Il luogo è mio e ne faccio ciò che voglio”.
Così al primo,  così al secondo e al terzo dei suoi affittuari, ad ognuno raddoppiando  il prezzo, sordo ad ogni preghiera. E perché il terzo, carico di figli,  volle fare resistenza, chiamò le guardie e fece porre i sigilli di  sequestro, cacciando fuori l’infelice.
Poi, nel suo palazzo, esaminò i  registri dei fattori, trovando di che punirli come fannulloni e  sequestrando loro la parte che si erano tenuta di diritto.
Uno aveva  il figlio morente, e per le molte spese aveva venduto una parte del suo  olio per pagare le medicine. Non aveva dunque che dare all’esoso  padrone. “Abbi pietà di me, padrone. Il mio povero figlio sta per  morire, e dopo farò dei lavori straordinari per rifonderti ciò che ti  sembra giusto. Ma ora, tu lo comprendi, non posso”.
“Non puoi? Io ti  farò vedere se puoi o non puoi”. E, andato col povero fattore nel  frantoio, lo privò anche di quel resto d’olio che l’uomo si era tenuto  per il misero cibo e per alimentare la lampada che permetteva di  vegliare il figlio nella notte.
Il pubblicano invece, andato dal suo  superiore e versate le imposte riscosse, si sentì dire: “Ma qui mancano  trecentosettanta assi. Come mai ciò?”.
“Ecco, ora ti dico. Nella  città è una vedova con sette figli. Il primo solo è in età di lavorare.  Ma non può andare lontano da riva con la barca, perché le sue braccia  sono deboli ancora per il remo e la vela, e non può pagare un garzone di  barca. Stando vicino a riva, poco pesca, e il pescato basta appena a  sfamare quelle otto infelici persone. Non ho avuto cuore di esigere la  tassa”.
“Comprendo. Ma la legge è legge. Guai se si sapesse che essa è  pietosa! Tutti troverebbero ragioni per non pagare. Il giovinetto cambi  mestiere e venda la barca se non possono pagare”.
“È il loro pane futuro… ed è il ricordo del padre”.
“Comprendo. Ma non si può transigere”.
“Va bene. Ma io non posso pensare otto infelici privati del-l’unico bene. Pago io i trecentosettanta assi”.
Fatte  queste cose, i due salirono al Tempio e, passando presso il  gazofilacio, il fariseo trasse con ostentazione una voluminosa borsa dal  seno e la scosse sino all’ultimo picciolo nel Tesoro. In quella borsa  erano le monete prese in più ai negozianti e il ricavato dell’olio  levato al fattore e subito venduto ad un mercante. Il pubblicano invece  gettò un pugnello di piccioli, dopo aver levato quanto gli era  necessario al ritorno al suo luogo. L’uno e l’altro dettero perciò  quanto avevano. Anzi, in apparenza, il più generoso fu il fariseo,  perché dette fino all’ultimo dei piccioli che aveva seco. Però occorre  riflettere che nel suo palazzo egli aveva altre monete e aveva crediti  aperti presso dei ricchi cambiavalute.
Indi andarono davanti al  Signore. Il fariseo proprio avanti, presso il limite dell’atrio degli  Ebrei, verso il Santo; il pubblicano in fondo, quasi sotto la volta che  portava nel cortile delle Donne, e stava curvo, schiacciato dal pensiero  della sua miseria rispetto alla Perfezione divina. E pregavano l’uno e  l’altro.
Il fariseo, ben ritto, quasi insolente, come fosse il  padrone del luogo e fosse lui che si degnasse di ossequiare un  visitatore, diceva: “Ecco che sono venuto a venerarti nella Casa che è  la nostra gloria. Sono venuto benché senta che Tu sei in me, perché io  sono giusto. So esserlo. Però, per quanto sappia che soltanto per mio  merito sono tale, ti ringrazio, come è legge, di ciò che sono. Io non  sono rapace, ingiusto, adultero, peccatore come quel pubblicano che ha  gettato contemporaneamente a me un pugnello di piccioli nel Tesoro. Io,  lo hai visto, ti ho dato tutto quanto avevo meco. Quell’esoso, invece,  ha fatto due parti e a Te ha dato la minore. L’altra, certamente, la  terrà per le gozzoviglie e le femmine. Ma io sono puro. Non mi contamino  io. Io sono puro e giusto, digiuno due volte alla settimana, pago le  decime di quanto possiedo. Sì. Sono puro, giusto e benedetto, perché  santo. Ricòrdatelo, o Signore”.
Il pubblicano, dal suo angolo remoto,  senza osare di alzare lo sguardo verso le porte preziose dell’hecal e  battendosi il petto, pregava così: “Signore, io non son degno di stare  in questo luogo. Ma Tu sei giusto e santo, e me lo concedi ancora perché  sai che l’uomo è peccatore e, se non viene da Te, diviene un demonio.  Oh! mio Signore! Vorrei onorarti notte e giorno, e devo per tante ore  essere schiavo del mio lavoro. Lavoro rude che mi avvilisce, perché è  dolore al mio prossimo più infelice. Ma devo ubbidire ai miei superiori,  perché è il mio pane. Fa’, o mio Dio, che io sappia temperare il dovere  verso i superiori con la carità verso i miei poveri fratelli, perché  nel mio lavoro non trovi la mia condanna. Ogni lavoro è santo se operato  con carità. Tieni la tua carità sempre presente al mio cuore perché io,  miserabile qual sono, sappia compatire i miei soggetti, come Tu  compatisci me, gran peccatore. Avrei voluto onorarti di più, o Signore.  Tu lo sai. Ma ho pensato che levare il denaro destinato al Tempio per  sollevare otto cuori infelici fosse cosa migliore che versarlo nel  gazofilacio e poi far versare lacrime di desolazione a otto innocenti  infelici. Però se ho sbagliato fammelo comprendere, o Signore, e io ti  darò fino all’ultimo picciolo, e tornerò al paese a piedi mendicando un  pane. Fammi capire la tua giustizia. Abbi pietà di me, o Signore, perché  io sono un gran peccatore”. […]»

Spiegazioneda L’Evangelo, 523.9
«[…]  Questa la parabola. In verità, in verità vi dico che, mentre il fariseo  uscì dal Tempio con un nuovo peccato aggiunto a quelli già fatti avanti  di salire al Moria, il pubblicano uscì di là giustificato, e la  benedizione di Dio lo accompagnò a casa sua e restò in essa. Perché egli  era stato umile e misericordioso, e le sue azioni erano state ancor più  sante delle sue parole. Mentre il fariseo solo a parole e all’esterno  era buono, mentre nel suo interno era e faceva opere da satana per  superbia e durezza di cuore, e Dio lo odiava perciò.
Chi si esalta  sarà sempre, prima o poi, umiliato. Se non qui nell’altra vita. E chi si  umilia sarà esaltato, specie lassù nel Cielo, ove si vedono le azioni  degli uomini nella loro vera verità. […]»

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