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63 - VALTORTAVOX

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Voce narrante • DANIELA CIAVONI


63 - I MOLTI FIGLI di UN UNICO PADREda L’Evangelo, 425.7-8

«[…] Un padre di molti figli  dette ad ognuno di essi, divenuti adulti, due monete di molto valore e  disse loro: “Io non intendo più lavorare per ognuno di voi. Ormai siete  in età di guadagnarvi la vita. Perciò do ad ognuno uguale misura di  denaro, perché la impieghiate come più vi piace e a vostro utile. Io  resterò qui in attesa, pronto a consigliarvi, pronto anche ad aiutarvi  se per involontaria sciagura perdeste in tutto o in parte il denaro che  ora vi do. Però ricordatevi bene che sarò inesorabile per chi lo  disperde con malizia volontaria e per i fannulloni che lo consumano o lo  lasciano quale è con l’ozio o coi vizi. A tutti ho insegnato il Bene e  il Male. Non potete perciò dire che andate ignoranti incontro alla vita.  A tutti ho dato esempio di operosità saggia e giusta e di vita onesta.  Perciò non potete dire che vi ho corrotto lo spirito col mio mal  esempio. Io ho fatto il mio dovere. Ora voi fate il vostro, ché scemi  non siete, né impreparati, né analfabeti. Andate”, e li licenziò  rimanendo solo, in attesa, nella sua casa.
I figli si sparsero per  il mondo. Avevano tutti le stesse cose: due monete di gran valore, di  cui potevano liberamente disporre, e un più grande tesoro di salute,  energia, cognizioni ed esempi paterni. Perciò avrebbero dovuto riuscire  tutti ad un modo. Ma che avvenne? Che fra i figli, chi bene usò delle  monete e si fece presto un grande e onesto tesoro con il lavoro  indefesso e onesto e una vita morigerata, regolata sugli insegnamenti  paterni; e chi sulle prime fece onestamente fortuna, ma poi la disperse  con l’ozio e le crapule; e chi fece denaro con usure o commerci indegni;  e chi non fece nulla perché fu inerte, pigro, incerto, e finì le monete  di molto valore senza aver ancora potuto trovare un’occupazione  qualsiasi.
Dopo qualche tempo, il padre di famiglia mandò servi in  ogni dove, là dove sapeva essere i suoi figli, e disse ai servi: “Direte  ai miei figli di radunarsi nella mia casa. Voglio mi rendano conto di  cosa hanno fatto in questo tempo, e rendermi conto da me stesso delle  loro condizioni”. E i servi andarono per ogni dove e raggiunsero i figli  del loro padrone, fecero l’ambasciata, e ognuno tornò indietro col  figlio del padrone che aveva raggiunto.
Il padre di famiglia li  accolse con molta solennità. Da padre, ma anche da giudice. E tutti i  parenti della famiglia erano presenti, e coi parenti gli amici, i  conoscenti, i servi, i compaesani e quelli dei luoghi limitrofi. Una  solenne adunanza. Il padre era sul suo scanno di capo famiglia, intorno a  semicerchio tutti i parenti, amici, conoscenti, servi, compaesani e  limitrofi. Di fronte, schierati, i figli.
Anche senza  interrogazioni, il loro aspetto diverso dava risposta sulla verità.  Coloro che erano stati operosi, onesti, morigerati e avevano fatto santa  fortuna, avevano l’aspetto florido, pacifico e benestante di chi ha  larghi mezzi, buona salute e serenità di coscienza. Guardavano il padre  con un sorriso buono, riconoscente, umile ma insieme trionfante,  splendente della gioia di avere onorato il padre e la famiglia e di  essere stati buoni figli, buoni cittadini e buoni fedeli. Quelli che  avevano sciupato nell’ignavia o nel vizio i loro averi stavano  mortificati, mogi, sparuti nell’aspetto e nelle vesti, coi segni delle  crapule o della fame chiaramente impressi su tutti loro. Quelli che  avevano fatto fortuna con delittuose manovre avevano l’aggressività, la  durezza sul volto, lo sguardo crudele e turbato di belve che temono il  domatore e che si preparano a reagire…
Il padre iniziò  l’interrogatorio da questi ultimi: “Come mai, voi che eravate di così  sereno aspetto quando partiste, ora parete fiere pronte a sbranare? Da  dove vi viene quell’aspetto?”.
“La vita ce lo ha dato. E la tua durezza di mandarci fuori di casa. Tu ci hai messo a contatto col mondo”.
“Sta bene. E che avete fatto nel mondo?”.
“Ciò che potemmo per ubbidire al tuo comando di guadagnarci la vita col niente che ci hai dato”.
“Sta  bene. Mettetevi in quell’angolo… E ora a voi, magri, malati e  malvestiti. Che faceste per ridurvi così? Eravate pure sani e ben  vestiti quando partiste”.
“In dieci anni gli abiti si logorano…”, obbiettarono i fannulloni.
“Non ci sono dunque più telai nel mondo che facciano stoffe per le vesti degli uomini?”.
“Sì… Ma ci vogliono denari per comperarle…”.
“Li avevate”.
“In dieci anni… si sono più che finiti. Tutto ciò che ha principio ha fine”.
“Sì,  se se ne leva senza mettervene. Ma perché voi avete soltanto levato? Se  aveste lavorato, potevate mettere e levare senza che il denaro finisse,  ma anzi ottenendo che aumentasse. Siete stati forse malati?”.
“No, padre”.
“E allora?”.
“Ci sentimmo spersi… Non sapevamo che cosa fare, che fosse buono… Temevamo di far male. E per non fare male non facemmo nulla”.
“E non c’era il padre vostro a cui rivolgervi per consiglio? Sono forse stato mai padre intransigente, pauroso?”.
“Oh,  no! Ma ci vergognavamo di dirti: ‘ Non siamo capaci di prendere  iniziative ’. Tu sei sempre stato così attivo… Ci siamo nascosti per  vergogna”.
“Sta bene. Andate nel mezzo della stanza. A voi! E che mi  dite voi? Voi che all’aspetto della fame unite quello della malattia?  Forse che il troppo lavoro vi ha resi malati? Siate sinceri e non vi  sgriderò…”.
Alcuni degli interpellati si gettarono in ginocchio  battendosi il petto e dicendo: “Perdonaci, o padre! Già Dio ci ha  castigati e ce lo meritiamo. Ma tu, che sei padre nostro, perdonaci!…  Abbiamo iniziato bene; ma non abbiamo perseverato. Trovandoci facilmente  ricchi, dicemmo: ‘ Orbene, ora godiamo un po’, come ci suggeriscono gli  amici, e poi torneremo al lavoro e rifaremo il disperso ’. E volevamo  fare così, in verità. Tornare alle due monete e poi rifarle fruttare,  come per giuoco. E per due volte (dicono due) per tre (dice uno) ci  riuscimmo. Ma poi la fortuna ci abbandonò… e consumammo tutto il  denaro”.
“Ma perché non vi siete ripresi dopo la prima volta?”.
“Perché il pane speziato del vizio corrompe il palato, e non si può più farne senza…”.
“C’era vostro padre…”.
“È  vero. E a te sospiravamo con rimpianto e nostalgia. Ma noi ti abbiamo  offeso… Supplicavamo il Cielo di ispirarti di chiamarci per ricevere il  tuo rimprovero e il tuo perdono; questo chiedevamo e chiediamo, più  delle ricchezze che non vogliamo più, perché ci hanno traviati”.
“Sta  bene. Mettetevi voi pure presso quelli di prima, al centro della  stanza. E voi, malati e poveri come questi, ma che tacete e non mostrate  dolore, che dite?”.
“Ciò che dissero i primi. Che ti odiamo perché  col tuo imprudente agire ci hai rovinati. Tu che ci conoscevi non dovevi  lanciarci nelle tentazioni. Ci hai odiato e ti odiamo. Ci hai fatto  questo tranello per liberarti di noi. Sii maledetto”.
“Sta bene.  Andate coi primi in quell’angolo. Ed ora a voi, floridi, sereni, ricchi  figli miei. Dite. Come siete giunti a questo?”.
“Mettendo in pratica  i tuoi insegnamenti, esempi, consigli, ordini, tutto. Resistendo ai  tentatori per amore di te, padre benedetto che ci hai dato la vita e la  sapienza”.
“Sta bene. Venite alla mia destra e udite tutti il mio  giudizio e la mia difesa. Io ho dato a tutti ad un modo di denaro e di  esempio e sapienza. I miei figli hanno risposto in maniere diverse. Da  un padre lavoratore, onesto, morigerato, sono usciti dei simili a lui,  poi degli oziosi, dei deboli facili a cadere in tentazione e dei crudeli  che odiano il padre, i fratelli e il prossimo su cui, anche se non lo  dicono lo so, hanno esercitato usura e delitto. E nei deboli e negli  oziosi ci sono i pentiti e gli impenitenti. Ora io giudico. I perfetti  già sono alla mia destra, pari a me nella gloria come nelle opere; i  pentiti staranno di nuovo, come fanciulli ancora da istruirsi, soggetti  fino a che non avranno raggiunto il grado di capacità che li faccia di  nuovo adulti; gli impenitenti e colpevoli siano gettati fuori dei miei  confini e perseguitati dalla maledizione di chi non è più loro padre,  perché il loro odio per me annulla i rapporti della paternità e della  figliolanza fra noi. Però ricordo a tutti che ognuno si è fatto la sua  sorte, perché io ho dato a tutti le stesse cose che, nei riceventi,  hanno prodotto quattro diverse sorti, e non posso essere accusato di  aver voluto il loro male”. […]»

Spiegazioneda L’Evangelo, 425.9

“[…]  Il Padre dei Cieli è adombrato dal padre di numerosa famiglia. Le due  monete date dal padre a tutti i figli prima di mandarli nel mondo sono  il tempo e la libera volontà che Dio dà ad ogni uomo, perché li usi come  meglio crede, dopo essere stato ammaestrato ed edificato con la Legge e  gli esempi dei giusti. A tutti, uguali doni. Ma ogni uomo li usa come  la sua volontà vuole. Chi tesorizza il tempo, i mezzi, l’educazione, il  censo, tutto, nel bene e si mantiene sano e santo, ricco di moltiplicata  ricchezza. Chi comincia bene e poi si stanca e disperde. Chi non fa  nulla pretendendo che gli altri facciano. Chi accusa il Padre dei suoi  errori; chi si pente, disposto a riparare; chi non si pente e accusa e  maledice come se la sua rovina fosse stata forzata da altri. E Dio ai  giusti dà subito premio; ai pentiti misericordia e tempo di espiare per  giungere al premio per il loro pentimento ed espiazione; e dà  maledizione e castigo a chi calpesta l’amore con l’impenitenza  conseguente al peccato. A ognuno dà il suo.
Non disperdete dunque le  due monete — il tempo e il libero arbitrio — ma usateli con giustizia  per essere alla destra del Padre e, se avete mancato, pentitevi e  abbiate fede nel misericordioso Amore. […]»

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