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59 - VALTORTAVOX

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Voce narrante • DANIELA CIAVONI


59 - I DUE FIGLI del PADRONEda L’Evangelo, 407.6

«[…] Un uomo aveva due figli.  Avvicinatosi al primo, disse: “Figlio mio, vieni a lavorare oggi nella  vigna del padre tuo”. Un grande segno di onore era quello del padre!  Egli giudicava il figlio capace di lavorare là dove fino ad allora il  padre aveva lavorato. Segno che vedeva nel figlio buona volontà,  costanza, capacità, esperienza e amore per il padre. Ma il figlio, un  poco distratto da cose del mondo, timoroso di apparire in veste di servo  — Satana fa uso di questi miraggi per allontanare dal Bene — temendo  beffe e forse anche rappresaglie da nemici del padre, che su di lui non  osavano alzare la mano, ma meno riguardi avrebbero avuto col figlio,  rispose: “Non ci vado. Non ne ho voglia”. Il padre andò allora  dall’altro figlio, dicendogli ciò che aveva detto al primo. E il secondo  figlio rispose subito: “Sì, padre. Vado subito”.
Però, che avvenne?  Che il primo figlio, essendo di animo retto, dopo un primo momento di  debolezza nella tentazione, di ribellione, pentitosi di avere disgustato  il padre, senza parlare andò alla vigna e lavorò tutto il giorno fino  alla più tarda sera, tornando poi soddisfatto alla sua casa con la pace  nel cuore per il dovere compiuto. Il secondo, invece, menzognero e  debole, uscì di casa, è vero, ma poi si perse a vagabondare per il paese  in inutili visite ad amici influenti, dai quali sperava avere utili. E  diceva in cuor suo: “Il padre è vecchio e non esce di casa. Dirò che gli  ho ubbidito ed egli lo crederà…”. Ma, venuta la sera anche per lui e  tornato alla casa, il suo aspetto stanco di ozioso, le vesti senza  sgualciture e l’insicuro saluto dato al padre, che l’osservava e lo  confrontava col primo — tornato stanco, sporco, scarmigliato, ma  gioviale e sincero nello sguardo umile, buono, che, senza volere  vantarsi del dovere compiuto, voleva però dire al padre: “Ti amo. E con  verità. Tanto che per farti contento ho vinto la tentazione” — parlarono  chiaramente all’intelletto del padre. Il quale, abbracciato il figlio  stanco, disse: “Te benedetto, perché hai compreso l’amore!”. […]»

Spiegazioneda I quadermni del 1943, 10 luglio

«[…]  la parabola di quel padre che ha due figli: uno dice: “Sì, padre mio”, e  poi non fa nulla; l’altro dice: “No, padre mio”, e poi fa quello che il  padre gli chiede?
Non voglio qui farti meditare sui doveri dei figli  e sulla bellezza dell’ubbidienza. No. Dico solo che forse quel padre  non era un modello di padre. Prova ne sia che i figli non lo amavano:  uno mentisce, l’altro risponde con un rifiuto che supera poi con sforzo  soprannaturale.
Non tutti i figli sono perfetti, ma anche è verità  che non tutti i genitori sono perfetti. Il comandamento dice: “Onora il  padre e la madre”, e chi lo contravviene pecca e sarà punito dalla  Giustizia divina. Ma la Giustizia non sarebbe giustizia se non usasse la  stessa misura verso chi non onora i figli. Onorare nel linguaggio  antico vuol dire: trattare con del riguardo riverenziale una persona.  Ora, se è doveroso onorare coloro che ci hanno dato la vita ed hanno  provveduto ai nostri bisogni di infante e di fanciullo, non è meno vero  che anche si deve, dai genitori, onorare le creature che Dio ha concesso  di avere ed ha affidato alle creature che le hanno generate perché le  allevino santamente.
Troppo sovente i padri e le madri non  riflettono che essi divengono depositari e custodi di un prodigio di Dio  Creatore. Poiché ogni esistenza nuova è un prodigio del Creatore.  Troppo sovente i genitori non pensano che dentro quella carne, generata  dalla carne e dal sangue umano, vi è un’anima creata da Dio e che deve  essere cresciuta ad una dottrina di spirito e verità per essere  riconsegnata a Dio degnamente.
Ogni figlio è un talento affidato dal  Signore ad un suo servo. Ma guai a quel servo che non lo fa fruttare,  lo lascia inerte disinteressandosene, oppure, peggio ancora, lo disgrega  e corrompe. Se a colui che non veglia ad arricchire il talento vivo del  buon Dio, Dio chiederà con voce severa il perché e comminerà un lungo  castigo, a colui che disperde e uccide l’anima di un figlio, Iddio,  padrone e giudice di tutto ciò che è, con inesorabile verdetto comminerà  eterna pena al genitore omicida della parte più preziosa del figlio: la  sua anima. […]»

Copyright © Fondazione Erede di Maria Valtorta onlus



Eventuali violazioni ai DIRITTI d'AUTORE, se DEBITAMENTE SEGNALATE a ezio1944@gmail.com - VERRANNO IMMEDIATAMENTE RIMOSSE
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